L’inganno delle pensioni: tutta l’Irpef & co. se ne va in assistenza

13-06-2018 EUROFIN SERVIZI FINANZIARI E ASSICURATIVI S.R.L.

La situazione del nostro Paese sotto i profili di finanza pubblica, mercato del lavoro e produttività non è delle migliori; cresciamo meno degli altri e siamo il fanalino di coda per tassi di occupazione e produttività. Tutto ciò significa che il rapporto debito pubblico/Pil per via della debolezza del denominatore, e sotto la minaccia di nuova spesa sociale, resterà a livelli preoccupanti e sarà ad un tempo il limite allo sviluppo e alla nostra autodeterminazione. Finora l’appartenenza all’euro, grazie alle accomodanti politiche monetarie della Bce, ci ha consentito di mantenere bassi i rendimenti sul debito e inferiori al nostro merito di credito, ma il rialzo dei tassi americani e la probabile fine del quantitative easing a metà del prossimo anno, aumenteranno progressivamente i costi di finanziamento. A regime, considerando una vita media dei titoli di Stato di circa 6 anni, un punto di aumento dei tassi di interesse costerebbe ben 23 miliardi.
 
I conti

Già per il 2018, chiunque sia al governo dovrà mettere mano a una legge di bilancio non inferiore ai 20 miliardi (12,3 miliardi solo per disinnescare l’aumento dell’Iva). Purtroppo di tutto questo non c’è traccia nei ragionamenti dei partiti sia nel pre sia nel post elezioni. Per il quinto anno consecutivo, «l’Osservatorio sulla spesa pubblica e sulle entrate» di Itinerari Previdenziali, analizza le dichiarazioni individuali dei redditi Irpef e quelle aziendali relative all’Irap anche ai fini delle verifiche di sostenibilità del sistema di protezione sociale italiano e della tenuta dei conti pubblici. Nel 2016 la spesa complessiva per pensioni, sanità e assistenza è stata di 451,903 miliardi di euro contro i 447,36 del 2015 (+ ,5 miliardi pari al +1% circa). Una parte di questa spesa pari a 181,225 miliardi di euro (176,303 nel 2015) con una crescita del 2,75%, è finanziata da contributi sociali versati dalla produzione, mentre per coprire i costi per la sanità e l’assistenza sociale, non essendoci tasse di scopo occorre attingere alla fiscalità generale. Per finanziare la spesa per la protezione sociale occorrono, oltre ai contributi sociali, tutta l’Irpef (ordinaria, regionale e comunale), l’intero importo di Ires, imposta sostitutiva sui redditi di capitale e Irap; in pratica tutte le imposte dirette. Ciò nonostante, mancano ancora circa 38,1 miliardi (erano 34,2 nel 2015 e 38,8 nel 2014) che dovranno essere reperite utilizzando parte delle imposte indirette (Iva e accise). Quindi per finanziare il funzionamento dell’Italia e il suo sviluppo, restano solo le residue imposte dirette.
Il quadro

Il nostro resoconto potrebbe finire già qui. Da questa prima fotografia appare immediatamente la grande difficoltà del nostro Paese a sostenere l’attuale welfare state; paiono quindi stridenti le tante proposte formulate dai partiti in campagna elettorale di aumento delle prestazioni sociali, aumento delle platee beneficiarie di assistenza (Rei e quattordicesima mensilità) o di introduzione di improbabili Redditi di cittadinanza o di dignità e aumenti indiscriminati delle pensioni minime. Tanto più che negli ultimi 5 anni (la precedente legislatura) le cose non sono affatto migliorate. La spesa per assistenza finanziata dalla fiscalità generale è passata dai 92,7 miliardi del 2013, agli stimati 112 di fine 2017 con un incremento annuo del 5,3%, poco sostenibile per un’economia fragile come la nostra. Nello stesso periodo, nonostante il risparmio di circa 76 miliardi di interessi sull’enorme debito pubblico, grazie al Qe della Bce il debito è aumentato di oltre 215 miliardi, toccando il suo massimo a luglio 2017 con 2.308 miliardi per poi scendere a 2.256 nel dicembre 2017 (con qualche artificio contabile che dovrà essere spiegato) e risalire subito a gennaio 2018 a 2.280 e a febbraio a 2.295 miliardi. Infine l’Omt, cioè il percorso di avvicinamento all’Obiettivo di medio termine, cioè il pareggio di bilancio strutturale, ha visto una serie di slittamenti rispetto alla data iniziale prevista dal governo Berlusconi per il 2011.
 
Guardare in faccia la verità

In questi ultimi 5 anni, con vari provvedimenti si è arrivati con il Def 2017, firmato da Gentiloni e Padoan, al 2020 (+9 anni) prevedendo non il pareggio, ma lo scostamento massimo concesso dalla Commissione pari a un deficit dello 0,25%. Se si vuole mantenere un welfare che possa garantire anche in futuro la coesione sociale e la copertura dei più deboli è fondamentale investire le poche risorse disponibili in ricerca, sviluppo e sostegno all’occupazione eliminando la poco efficiente decontribuzione a favore del super ammortamento del costo del lavoro; occorre anche da un lato il monitoraggio delle entrate fiscale e segnatamente l’Irpef e dall’altro un serrato controllo della spesa assistenziale. Mai come ora l’abusata immagine del Titanic ci pare la fotografia di un Paese, il nostro, che continua a suonare con vecchi strumenti e con una vecchia orchestra, nuova solo nelle livree.
fonte: www.corriere.it


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